giovedì 26 aprile 2012

io sto tranquillo se ci sei tu


solo chi ha smesso di sognare col naso all'insù
può stupirsi scoprendo di avere un angelo custode.

stupirsi sempre, 
per non stupirsi mai.





sabato 7 aprile 2012

è scritto



da nessun altro riceverai mai così tanti fiori quanti ne ricevesti da me.
e così belli, e così colorati.

giovedì 1 marzo 2012

un angelo per me randagio


Ogni anno il caldo ha rischiato di ammazzarmi. Regolarmente si apre una crisi nella nostra zona e in tanti finiamo per strada. Il primo anno fu terribile. Non ero capace di pensare, mi sentivo perduto. Giravo per le strade come in sonno, senza nemmeno provare a uscire dal perimetro conosciuto. Bussavo ai soliti indirizzi, nessuno rispondeva. La città si era allontanata lasciando sul posto soltanto il suo odore. E' difficile stare digiuni senza un allenamento. Già al secondo giorno viene da piangere. Ho aspettato ancora un'altra notte che qualcuno venisse. Ho resistito, ho pianto, ho dormito. Poi ho guardato il cielo è ho visto scendere un angelo, ad ali larghe e bianche. Lo chiamo così, ma non sono sicuro di me. Lo avevo già visto qualche altra volta, ma era lontano e poi faccio poco caso al cielo. Non ho un temperamento religioso. Pensai che fosse un angelo perché si era rivolto a me. Quando una creatura scende dal cielo e vuole proprio te, per salvarti o per condurti via, dev'essere un angelo. Venne davanti ai miei occhi e fece una carezza con l'ala, una carezza bianca, argentata. Lo guardai e lui mi gorgogliò nelle orecchie: "Seguimi". La sua voce era quella dell'acqua piovana che corre nella grondaia. "Seguimi", dovette dirmelo due volte, perché non rispondo alla prima chiamata. Penso sempre di aver sognato un comando, un invito, perciò aspetto conferma. Mi drizzai in piedi, mi girava la testa. Faceva il caldo vulcanico di queste terre gialle, tufo e zolfo fritto, gli uomini si sfoltivano e si rendevano rari. L'angelo mi guidò fuori del mio circondario. Sono pigro e non ho curiosità per il vasto mondo, amo le abitudini, ma tutto questo era finito. Ero allo sbaraglio, un giovane in cerca di fortuna e di vivere. L'angelo mi spalancò le strade, ovunque c'erano dispersi che si aggiravano in cerca di occasione. Tempi difficili, ma ero giovane e avevo una guida. Mi trovò vitto e alloggio, un posto scomodo ma sicuro. Chiesi perché mi aiutasse. Rispose che era la sua missione. Aveva le ali per questo, per attirare lo sguardo delle creature verso il cielo e insegnar loro a rivolgersi in alto quando il basso ci abbandona. "Tu hai guardato in su e per questo sono venuto. Se tu fossi rimasto ad occhi bassi, non sarei porto venire da te. Vengo solo se hai bisogno del cielo". Non sapevo di averne bisogno, però era vero che avevo guardato in alto in cerca di una nuvola che promettesse pioggia. Aspettavo la brezza che annuncia con un brivido che da Occidente, dal mare, arriva un'altra stagione.
Non avevo mai mangiato pesce prima. Era un cibo che credevo di disprezzare, ma lo scoprii buonissimo. Se lo procurava fresco. Mi diceva che il mare aiuta dal fondo quando la terra diventa nemica. Non avevo mai pensato al mare, né al cielo, la terra mi bastava. Gli angeli fanno pensare. "Come potrò ringraziarti?", chiedevo. "Chiamami, ricordami quando verranno tempi migliori. Mi avrai ringraziato così".
"Angelo - dicevo - tu conosci il mondo, lo vedi per esteso, spunti su di lui e lo sorvegli: in cosa ho sbagliato e qual è la mia colpa?". "Vedo la montagna, ma non distinguo gli appigli, possiedo l'insieme, ma il dettaglio lo conosci tu. Sono in esilio dalla terra, abito il cielo e navigo il mare, ma tu sai gli agguati, i pericoli del suolo. Ho visto da lontano cani leccare la mano dell'accalappiacani, altri invece mordere quella del padrone. I torti e le virtù stanno in grembo al cielo e vanno sulla terra alla rinfusa. Su di te cade la colpa di un altro, a un altro va una tua misericordia. Solo alla fine tutto ritorna nel conto e si risponde di ogni cosa".
"Anche dell'abbandono?", chiesi, e mi rispose:
"Si".
I giorni passavano bollenti, nelle piazze molti erano gli sbandati, alcuni si organizzavano in sciami. Ero solo e in un'immensa compagnia. La necessità inaspriva il carattere di ognuno. Erano senzatetto né guida. La polizia intervenne arrestando molti di noi. Riuscii a scappare seguendo in terra l'ombra che le ali facevano davanti alla mia corsa. La città era senza ripari, io ero sotto quella dell'angelo. Dovevamo difenderci da tutto. Un istinto di antica rapina affiorava dalle viscere e ci faceva gridare in piena notte. Sotto la luna la città si trasformava in bosco. Dormivo tra gli scogli della diga foranea, il sale mi aveva incrostato il corpo, mi risvegliavo nella foschia dell'alba inzuppato di nuvole basse.
Ero di colpo felice, di colpo disperato. Vedevo molti morire, incapaci di difendersi, di uscire dal campo magico delle urine che marcano il territorio. Il cerchio degli odori era crollato, ma non osavano uscirne. Solo pochi giorni prima ero come loro. Si andavano ad ammazzare contro le auto in corsa, si lasciavano sbrancare dalla fame degli altri, si abbandonavano perché erano stati abbandonati. Il mal d'amore ha questa volontà. Nessuno di loro aveva un angelo custode? "I cani non guardano il cielo", mi rispose.
Così fu quel primo anno. Dopo le grandi piogge l'angelo mi invitò a tornare a casa, a lasciare il confine dove la terra smette e inizia la misericordia furibonda del mare. Feci così, tornai nel cerchio delle urine. Mi accolsero come se niente fosse. Erano tutti al loro posto come se non fossero mai scomparsi. Non li capisco, gli uomini mettono e dismettono i loro luoghi all'improvviso, come i panni di stagione. Da allora ogni anno è stato così. Il caldo della terra mi spingeva a guardare in cielo, a incontrare l'angelo e ad abitare sul mare.
Ora sono vecchio e non aspetto altre piogge. Stanotte il mio angelo mi ha chiesto una grazia: "Mangiami, fammi stare dentro di te. Poi sugli scogli aspettami, verremo in molti a potarti via". Ha chiuso le ali sulla mia faccia ed è morto. Ho ubbidito coi miei denti alle sua volontà. Poi mi sono steso nella tana tra gli scogli e l'annuncio si è compiuto. Il cuore ha dato un colpo di frutto staccato ed è caduto, dall'alto sono scesi a divorarmi i gabbiani, i gemelli dell'angelo.


Erri De Luca - Il cronista scalzo

sabato 27 agosto 2011

Zozzimma






Pubblico questa autentica perla, e credo fermamente che tutti quelli della mia generazione dovrebbero ascoltarla.
Io la inserirei obbligatoria nei programmi scolastici ministeriali. 

Un eterno grazie a Frank Tellina!

Feta!
Te votta 'n derr' si fa 'na ciatata
Si t'arrpigl' stai tutt'ntrunat'
Lui non si lava i denti
Che Zozzimma... di robot
Zozzimma... di robot!

Puzza!
So cchiù 'e trent'ann' ca n'z'fa 'na doccia
Tene 'e chiattill' pur' aret'e'rrecchie
Contro il nemico usa la
Zozzimma... di robot
Zozzimma... di robot!
 
Ha la melma di Tetsuia e tutto il resto è un fai da te
Non conosce il bagno schiuma non sa il sapore che cos'è
Non si lava e col suo tanfo sempre puzzerà
Zozzimma... di robot
Zozzimma... di robot!
Zoooooo....zzimma!
Zoooooo...zzzimmmaaaa!

Scella, con un alone al gusto di cipolla
Preferirei star chiuso in una stalla
Si muore dalla puzza che
Zozzimma.... di robot!
Zozzimma... di robot!

Ha la melma di Tetsuia e tutto il resto è un fai da te
Non conosce il bagno schiuma non sa il sapore che cos'è
Non si lava e col suo tanfo sempre puzzerà
Zozzimma... di robot
Zozzimma... di robot!
Zozzimma... di robot!

E a questo punto una lacrimuccia è più che consentita.
Tutti insieme piangiamo dall'emozione.
Amen.


P.S.
Chi riesce a trascrivere le armi di Zozzima elencate dalla doppia voce in sottofondo???!! 
Sorteggiamo un premio per il contributo migliore!
 

giovedì 25 agosto 2011

In milonga non si fa.



Ieri ho fatto un brutto sogno. Mi dibattevo nel dubbio, lo confesso, o no?
Poi ho pensato che tanto chi non sa il Non si fa, a capirlo nun c'a fa.


Lei – decisissima, le braccia conserte - Non si fa!
Lui – perplesso, un po’ intimorito - C...osa?
Lei - guardandolo in cagnesco - In milonga. Non si fa!
Lui – si riscuote. gesticolando - Si, ma cosa???
Lei - perentorea - Non lo sai??? Non si fa!!!
Lui – sbuffando, sconfortato - E va bene!
Lei - dubbiosa - E va bene? E va bene Cosa?
Lui – calmissimo, lentamente – Non - si - fa.
Lei - smorfia di disappunto - Si, ho capito, ma cosa?!!??
Lui - In milonga!
Lei - In milonga?
Lui – Eh. In milonga.
Lei – guardandosi intorno - ma perchè, questa è una milonga?
Lui – Ma perchè, ti sembra uno scavo archeologico?
Lei – disorientata - Dici?
Lui - assertivo - Dico.
Lei - Ah si?
Lui – Ah no?
Lei - Ma va!
Lui - Ma si!
Lei – convinta, sospirando – Ehhh si.
Lui – improvvisamente perplesso - Ma davvero?
Lei – solenne – Eh già.
Lui – pensieroso, scrutando all'orizzonte un graffito rupestre in cui due primati si spulciano abbracciati – Uhmmm… già già.

Prendono finalmente posto al loro tavolo proprio mentre fanno il proprio ingresso, in ordinata fila indiana:
buona prima M.me Ceffon, che spinge agile ma circospetta un carrello del supermercato con dentro una enorme pila di 23 confezioni di Tanghissima, l’acqua più amata dai tangueri fagottari, sulla cui sommità si staglia stentorea la figura di Simon Carrello, testimonial della ditta, che saluta soddisfatto, segue Giac Guaro che suggerisce con garbo e sottovoce, in rima baciata, un elenco di ballerine da tutta Italia ai principianti Garibaldi e Cavour in persona, i quali annuiscono incuriositi, Maria Affaroni, avvinghiata al sommo Osvaldito Pugliese, che incuranti limonano felici da ormai quindici minuti, quando subentra Andrea In Ferrari, e la di lui autonominatasi assistente Arie Fumanti, nell’atto di leccarsi il dito indice per individuare a mo’ di rabdomanti il punto esatto della pista in cui lui potrà scorreggiare contro vento, e poi Adele De Filippi abbigliata da cacciatore, doppietta alla mano e tasconi laterali, che mira ad altezza, per l'appunto, di mirada, il terzetto composto da Francesco, Giovanni e Ritrovato che discutono amabilmente tra loro dei massimi sistemi disciplinari della milonga, con Marco Scevola che propone di formare un quartetto e comincia a dissertare sul primo abbraccio della storia, mettendoci ovviamente la mano sul fuoco, ma viene eroicamente sostituito da Mario U'Viri che con l’altra mano schiaffeggia due donne in stereo, ma sarà vero?, ma chissà, non si sa! non si fa!, di seguito Stefania T'Aumenta Pallucci, l’immancabile, che freme da ore per musicalizzarsi biblicamente con Mastro Pugliese in carne e occhiali, ma poichè il di cui è palesemente, ma anche pelosamente, impegnato, per ingannare l’attesa si arma di amuchina in gel e si dedica alla disinfezione ormai tardiva del dito di Ferrari e delle manine leccate di Arianna Mangialossi, e a quella, preventiva, di colli, lobi, nuche e pettorali di tutti gli altri in coda, ove consentito dalle procaci scollature. Al seguito di T'Aumenta si accomoda il gruppetto delle spilungone detto delle dodici su tacco dodici, alte in media uno e novantuno spacchi inclusi, settantuno omm’e’merd’ fa notare a sproposito il solito napoletano in sala agitando trionfalmente, sott’al naso di un gestore a caso, una busta di taralli sugna e pepe, ma tanto sia-mo don-neeee ribattono in coro, oltre le gambe c’è di piùùùùùù e boleano sorridenti all’unisono come gazzelle zompettanti al Moulin Rouge, mentre un Gianluca Canzi fintamente vago e di passaggio, avido e tecnologico, le mira e prende febbrili appunti avvalendosi di un puntatore laser e di un I-pad pezzotti, prima d’essere inesorabilmente sgamato dalla Bi-attrice Huffmann in divisa da Sig.ina Rottermeier versione fetish, che, armata di gatto vivo a nove code, severamente chiude il gruppo delle diversamente basse e approfitta dell’altrui disinfezione e della di lui disattenzione per fargli un succhiotto diversamente erotico dietro l’orecchio destro, testè provocandogli immediata emorragia e istantaneo collasso. Tiber Livio e Pepp' Abbau prontamente intervengono in soccorso dello sfortunato Canzi e premurosi da par loro si sfidano nel lancio della caccola in pista, allo scopo di rianimarlo colpendolo sulle guance e desiderando al contempo elevare il più possibile il livello letterario della propria ironia, per poter finalmente sperare d'invitare una diversamente bassa per una tanda o, tutt’al più, d'invitarne tre al prezzo di due tande. La platea incantata applaude ad ogni lancio andato a bersaglio.
Mentre Canzi lentamente riprende canoscenza e I-pad, fatti non foste per viver come bruti, esclama confuso, all’esterno di questo malsano luogo pubblico un deficente abbigliato in technicolor distribuisce al dettaglio pesce freschissimo su una bancarella variopinta, urlando sono un tanguero, non sono una santa per attirare l’attenzione di Annarita Moccia e Dietro Lamano, troppo impegnati a fregarsi le mani (a vicenda) ed a spacciare tutti sorridenti magliettine in nero (dress code) dalla bancarella a fianco.

L’ufficio reclami Bellemammeta è a disposizione di chiunque, non avendo scorto il proprio nome o non essendosi riconosciuto in una descrizione, abbia solo per un attimo temuto che la cosa sia stata fatta di proposito e che perciò io non gli voglia bene. Il fatto è che il tango è piccolo, la gente è morbida, tango va la gatta al largo che ci lascia lo zerbino. Giuro.

Ma questa è un’altra storia.


umilmente vostro, Bell e mam, esageri.

mercoledì 6 luglio 2011

Le entrature



(...)

- ho conosciuto anche delle donne che seguono i vostri eventi...
(si riferisce agli eventi dei Fratelli Tangueri La Ricotta) (conosciuto??) (anche???)

- saranno delle ballerine
(non so come, ma mi sovviene uno strano presentimento, decido di seguirlo)

- o presunte tali..sembrava di essere in un'arena...
(presunte tali?? arena?? e i gladiatori??)

- beh se ballano tango sono tanguere
(ho deciso: faccio lo gnorri)

- questo lo so'..ma molte non ci vanno per questo...
(no??? ok. gnorri al cubo)

- e per cosa ci vanno
(apoteosi dello gnorri!)

- immagina un po'..non credo sia molto difficile...
(aspetta che immagino... uhmmm... trionfo dello gnorri)

- dillo tu io non so a cosa ti stia riferendo
(dai dai dai! dillo! ce la puoi fareeee!!!)

- a cercare maschi......
(frazione di secondo di sbandamento, dita che non rispondono, lo ammetto, sono frastornato)

‎- no ti assicuro che vanno a ballare tango
(mi riprendo prontamente)

- sara' per te..come dici tu...
(grazie della gentile concessione!)

- ok

- ok...
(la conversazione langue, decido di dare una sterzata)

- certo che detto da te che non balli tango...
(lo provoco, voglio di più!)

- guarda..che la mia..non e' stata una battuta maliziosa...ma ho parlato per dato di fatto..si vede..che ho delle entrature... (entratureeeee????) che a te sfuggono..non parlo a vanvera...ma per dato di fatto....



ti ringrazio, anonimo avventore. ti ringrazio per avermi scelto quale sconosciuto tuo confidente. per avermi regalato la tua intimità. ti ringrazio per il tuo desiderio di condivisione, per il tuo desiderio di complicità, che ho qui volgarmente tradito. sappi che custodirò a lungo il ricordo di 5 memorabili minuti di chat su facebook e che questo post mi aiuterà a non dimenticarti mai.


N.B. non una sola parola di questo dialogo è frutto della fantasia di chi lo ha, fedelmente, qui riportato. su quale sia il dato di fatto, e su chi gliele abbia date, a costui, LE ENTRATURE, a ciascuno le proprie libere conclusioni

sabato 9 aprile 2011

M'importa di te.


Maria non si disturba della mia voce affumicata, dice che le piace, che la vuole sentire mentre ci diamo i baci. Chiedimi qualcosa e io ti rispondo, le dico. Lei ride, dice: "Come mi chiamo?", e io rispondo, lei insiste: "Ripeti il nome, ripeti il nome", e io le do baci e la chiamo per nome e così risuccede l'ammore e lei fa i colpi e i singhiozzi con tutto il corpo, tanto le piace come io la chiamo per nome. Maria dev'essere un nome magico, lei passa subito dai baci al sonno, il tempo che mi ritorna indietro il piscitiello. Non gli dico più: " Arò si' gghiuto", adesso lo so. Mentre finisco di dire ancora un poco il suo nome, lei tira aria nel naso, inghiotte e russa piano piano.

...

Il pomeriggio è libero, dico a Maria di andare insieme a piedi a Mergellina dove c'è il molo allungato sul mare e in fondo al molo c'è un faro e la scogliera, dove uno può stare all'aperto ma senza la città intorno. Voglio andare lì perchè le case, le strade smettono tutt'insieme e d'improvviso non c'è più Napoli. Il largo del mare, il suo sconquasso la nascondono, basta che uno s'incammina sul molo. Maria mette il cappotto, la sciarpa e già sta sulla porta, la sua prontezza è una carezza nelle ossa. Sul lungomare le compro il tarallo sugna e pepe, il vento ci porta via il nostro caldo, noi lo rimettiamo camminando svelti, poca gente s'arrischia al passeggio, dei soldati americani con le scarpe di gomma vanno di corsa, la portaerei nel golfo è l'unica nave che non si muove sopra il mare bianco stracciato sulla cresta delle onde. Maria guarda i soldati americani, dice: "E'una bella razza, ma corrono, corrono pe' senza niente, senza un motivo. Prima di metterci a correre, a noi ci deve sbattere fuori di casa un terremoto". Marì, corriamo pure noi. " Noò, " fa lei e con il braccio mi riporta indietro al suo passo.

...

Babbo rientra per cena, trova il vino e prima di versarsi da bere spiega, cerca l'italiano: "Finchè è stata viva ho fatto la guardia alla sua vita, l'ho scippata alla morte giorno e notte", beve un sorso e dice secco: "Mò nun pozzo fa' niente cchiù". Maria fa si con la testa, io mi contento che lui cerca pace, ha accompagnato mamma fino alla fine dei respiri, di più non è voluto andare, nemmeno fino al cimitero. Si versa un altro bicchiere, chiede se beviamo pure noi, Maria dice sì, io no. Lei tira su dal bicchiere qualche goccia d'assaggio, babbo le dice: "Chillo nun è 'nu surso, è 'nu respiro, tu accussì sfotti 'o vino", Maria rimedia con un colpo di polso. Mangiamo piano, si sentono i rumori delle altre case, babbo beve, si passa la mano sulla faccia, si stropiccia la fronte, "Grazie della cena", si alza, ci dice buonanotte. A letto ci teniamo vicini, non abbracciati. Dice che le scorre il sangue, ma non è una ferita, è un ricambio che tengono le donne. Ha bevuto il vino per rimettersi in sangue. Prima di dormire mi dice la sua frase preziosa: "M'importa di te". Come al solito non so che restituire.

...

Poi usciamo salutando, non risponde, legge e muove le labbra per seguire le parole. Maria e io sappiamo leggere meglio di lui e questa è un'ingiustizia. Noi ultimi arrivati solo perchè abbiamo avuto la comodità di studiare, ne sappiamo più di un uomo adulto che si è fatto valere a forza di braccia per tutta la vita e non ci ha fatto desiderare il necessario e non è mancato di rispetto a sua moglie. Chiudo la porta di casa uscendo dietro Maria e mi capacito di essere onorato di babbo che per leggere deve battere le labbra una contro l'altra e agguantare in età avanzata un poco d'istruzione. Marì, dobbiamo comprare la pizza più buona di Napoli. "Per meno di questo neanche usciamo, almeno la più buona di Napoli, poi vediamo se è pure la più buona del mondo." Maria, le dico, m'importa di te. "Questo lo dico io, tu dici un'altra cosa," risponde e mi lascia scimunito un'altra volta.

Gigino 'o fetente sta facendo pizze a tutta Napoli, si è fatta la folla davanti al forno. Fa freddo e lui sta a braccia nude a sbattere la pasta a aschiaffi e giravolte mentre distrattamente si gira verso il fuoco e al volo con la pala rigira dieci pizze in due secondi. Per chiamare la gente fa le sue grida: "Song 'e ppizze 'e sott'o Vesuvio, nc'è scurruta a'lava 'e ll'uoglio", per dire che ci mette tanto olio, uoglio, quanta lava scorre dal Vesuvio. La gente aspetta così più volentieri e si fa venire appetito con le parole esagerate di don Gigino. Lo chiamano 'o fetente perchè porta la barba e uno poi trova qualche pelo nero nella pizza. Porta la barba perchè tiene la faccia tagliata. Mi metto da una parte sul marciapiede, Maria va sotto al bancone e si fa sentire forte: "Don Gigì, tre margherite vostre che ci dobbiamo arricreare", gli grida in mezzo alla folla, cacciando fuori l'aria guappa e sciantosa. "Nenne', i' m'arricreo quanno te veco," risponde don Gigino al bancone, nero di barba, occhi e capelli e imbiancato a farina meglio di un'alice. E ci sbriga prima degli altri, ci consegna le tre margherite una sopra l'altra con la carta da olio in mezzo e strilla per farsi sentire da tutti quanti: "Facite passa' annanze 'a cchiù bella guagliona 'e Montedidio", e Maria si fa strada e se le piglia dalle mani di don Gigino che le dice pure che le può pagare un'altra volta: "Cheste m'e ppave ll'anno che vene". Maria dritta e sfrontata per l'onore, se ne viene da me, mi mette il braccio sotto e ce ne saliamo a Montedidio con gli occhi della gente sulla schiena. Com'è importante stare in a due, maschio e femmina, per questa città.
Chi sta solo è meno di uno.